martedì 25 agosto 2015

Dossier: Ducati Desmo 350


Cafè Racer chiavi in mano: Ducati Desmo 350.

Quando si parla di Ducati Desmo 350 -che come i 250 ed i 450 nacquero dal famosissimo mono a carter stretto- viene subito in mente la "pallottola d'argento", stupendo esempio di meccanica d'autore all'italiana. Il modello immediatamente successivo, però, la Ducati Desmo 350 model year 1973, forse per la sua suggestiva -ed unica disponibile- livrea giallo ocra appare un po' più cattivo e corsaiolo, grazie anche al freno anteriore a disco -optional che molti scelsero- che, per l'epoca, suggeriva un'impostazione più votata alla pista che non alla strada.




Se il modello Desmo del 1971, infatti, rappresentava l'apice delle mono sportive da strada, il proiettile giallo ocra mirava ad avvicinare almeno nell'estetica la moto alle inarrestabili evoluzioni tecniche dei giganti nipponici che, già a tre anni di distanza dalla sua presentazione, la facevano apparire leggermente datata. La Desmo rappresentava quindi la versione spinta della gamma "Mark 3",con sovrastrutture in vetroresina per favorire la leggerezza ed un'impostazione di guida più cattiva grazie ai comandi arretrati.


La seconda serie, model year 1972, beneficiò di un leggero aumento della potenza, di una nuova accensione elettronica. E qui arriviamo al modello che ci interessa, il Desmo 350 model year 1973. Già solo guardandola, si resta affascinati. Ma appena il mono comincia a girare e si fanno i primi metri in sella, l'estetica passa in secondo piano. E si capisce perché questo modello è probabilmente il più amato ed il più odiato dagli appassionati. Il motore ha prestazioni brillanti, sicuramente superiori a tutti gli altri mono dell'epoca, e se ne apprezza immediatamente il tiro ai bassi regimi e l'allungo sorprendentemente buono per un monocilindrico, merito anche dell'ottimo cambio a cinque marce. La ciclistica poi è eccezionalmente equilibrata, ottimo connubio tra leggerezza, agilità e stabilità, tutte cose che aiutavano il buon carter stretto a spuntarla anche nei confronti di cilindrate e potenze maggiori. E fin qui, di pregi per far innamorare i racers nostrani e non, ce ne sono fin troppi. Passiamo, purtroppo, alle note dolenti. Il mono va una favola se può vantare una messa a punto ottimale, cosa estremamente difficile da realizzare anche per molti meccanici navigati ma privi di quel "qualcosa in più" che li rende quasi artisti.
In caso contrario diviene alquanto scorbutico in marcia, ammesso che si riesca a farlo partire. Inoltre vibra notevolmente e, complice anche un assemblaggio in origine non proprio eccelso, frequentemente lascia il pilota alle prese con bulloni allentati, staffe spaccate (gli strumenti pare fossero sempre le prime vittime a cadere sulla pista di... battaglia!") e danni più o meno gravi che all'epoca di sicuro non contribuirono a dare alla moto una reputazione di solidità.  Cose che andavano tenute in considerazione al momento dell’acquisto, nel 1973, ma anche e soprattutto oggi se si intende acquistare -oppure semplicemente usare come si deve- una di queste moto. Le abbondanti soluzioni tecniche di gran livello, motivo principale di prestazioni altisonanti, si pagano  tramite una complessità generale che potrebbe essere un buon motivo per rinunciare all’acquisto se non si è sicuri di poterla tenere in perfetto ordine di marcia, e non basta credere di sapere dove mettere le mani.
Tanto per dirne una, la registrazione delle punterie -operazione che tutti i racers conoscono bene  come imprescindibile ma anche piuttosto semplice da realizzare sulla maggior parte dei motori, su questa in particolare diventa operazione difficoltosa, visto che il gap tra l’estremità del gambo della valvola ed il bilanciere è colmato da apposite pasticche spessorate, che vanno inserite tenendo in compressione la molla…  Oppure la messa in fase dell’accensione che, per quanto si possa essere esperti, risulta difficile da fare in mancanza di appositi segni di riferimento. A distanza di quarant'anni, però, anche i difetti del carter stretto, che comunque nei lontani anni '70 non riuscirono ad inficiare troppo il successo della gamma, non sembrano poi così importanti. E davvero non si può non rimanere a bocca aperta davanti alla Desmo 350.
Si viene rapiti prima dall'eccezionale equilibrio della linea, poi dalla bellezza del mono che pare più una scultura che un organo meccanico ed infine da un gusto di guida tutto Italiano che cattura anche chi è abituato a potenze e telai di tutt'altre generazioni. Poi, parliamoci chiaro. Ai cafè racers di oggi, come a quelli di allora, non interessano poi così tanto le prestazioni assolute. L'importante è lasciarsi dietro gli amici sulla circonvallazione e farsi notare dalle ragazze, magari avvisandole del passaggio facendosi annunciare da un rombo inconfondibile. 
E queste caratteristiche la Desmo le aveva tutte, allora e forse oggi ancor di più. Certo, le quotazioni raggiunte ora da questi modelli non li rendono propriamente alla portata di tutti...



Testo: Andrea Mariani
Foto: Motociclismo d'epoca

Nessun commento:

Posta un commento