martedì 1 ottobre 2013

Libri: leggiamo per voi… “I sotterranei della cattedrale”


“I sotterranei della cattedrale” di Marcello Simoni


Il romanzo “I sotterranei della cattedrale” di Marcello Simoni -edito da Newton Compton Editori, marzo 2013- potrebbe essere un po’ un erede de “Il nome della rosa” di Umberto Eco. Una suspance quasi ermetica accompagna il lettore per tutta la storia, da quando il professor Lamberti, docente di filosofia all’università di Urbino -siamo nel 1789- viene ritrovato senza vita all’interno della cattedrale. Apparentemente sembra si tratti di incidente. Il professore infatti pare caduto da una delle impalcature utilizzate per le riparazioni della cupola, seriamente danneggiata da un terremoto. Tale spiegazione non convince però il suo discepolo Vitale Federici, che inizia ad indagare su quella che non riesce ad archiviare come tragica fatalità. Scavando quindi a fondo nella vita e nel lavoro del suo defunto mentore, il giovane Vitale viene risucchiato nelle spire di quello che appare un sistema clientelare sempre più corrotto e inquietante, finché non scopre che il professore era vicino alla scoperta di un tempio pagano dedicato alle ninfe. La rivelazione è di portata eccezionale, non soltanto perché appare chiaro che l’uomo era ad un passo dallo svelare un segreto leggendario, ma soprattutto perché ora è evidente che qualcuno aveva tanto a cuore che non venisse alla luce da uccidere lo studioso.  Nel clima di omertà e corruzione che sembra permeare tutto e tutti, scoprire l’assassino per Vitale diventerà non solo un difficilissimo dovere morale, ma anche una necessità di sopravvivenza, perché il colpevole ormai è a conoscenza delle sue indagini e non ha nessuna intenzione di permettergli di portarle a termine.
 
E’ quasi incredibile quanto una storia così lontana dalla realtà odierna riesca ad appassionare tanto il lettore ed a tenerlo “appeso” fino all’ultima pagina. L’atmosfera che Marcello Simoni riesce a creare con poche ed accurate descrizioni, che lasciano molto spazio all’immaginazione, permette a chi legge di calarsi quasi in una propria elaborazione della storia, coinvolgendolo e guidandolo passo passo nello svolgersi dell’intreccio.
 
Marcello Simoni -Comacchio, 1975- è un ex archeologo laureato in lettere. Oltre a “I sotterranei della cattedrale”, ha pubblicato con Newton Compton “La biblioteca perduta dell’alchimista” e “Rex deus”. Il suo romanzo più popolare nonché quello con cui ha esordito “Il mercante di libri maledetti”, ha vinto il 60° Premio Bancarella ed ha superato le 300000 copie vendute.
 
Ivan Gemini

Special, custom e home made: Honda CX 500 c (seconda parte)

Honda CX 500 c ’82 “Miss Dondola”


CONTINUA…  La meccanica resta di serie, anche se il motore respira meglio grazie ad una modifica interna dell’air box e ad una coppia di carburatori provenienti dalla versione sportiva del CX, leggermente “rimaneggiati”.
Lo scarico, in apparenza standard, ha subito diverse modifiche interne sia dei terminali che del compensatore. E’ tuttora educato ma meno di quanto si pensi. I cerchi sono rimasti standard, mentre la coppia conica, così come i foderi della forcella ed i coperchi delle teste, sono stati sabbiati e spazzolati in maniera volutamente rude, in omaggio alle carrozzerie delle auto sportive degli anni ’50.


Certo, i più smaliziati potrebbero storcere il naso di fronte al maniglione posteriore, alla sella ed ai comandi centrali, ma anche qui non si può controbattere alle spiegazioni del proprietario: “Sella e maniglione sono un regalo per la mia signora. Le selle a filo telaio sono belle a vedersi, così come le code slanciate e prive di orpelli… Provate però a farci 4000 km in due mesi - di cui 1000 in otto giorni- e vedrete che il vostro fondoschiena vi ringrazierà per  il goffo sellone standard, mentre il vostro casco apprezzerà immensamente che il passeggero abbia un solido appiglio in frenata...
Stesso discorso per i comandi avanzati. Bellissimi a 50 all’ora. Un po’ allegrotti sulle strade di montagna ed ecco che tornano immediatamente i centrali, magari leggermente rialzati! Scherzi a parte, le custom e le cafè racer pure mi fanno impazzire, ma con Dondola ci vado a lavorare sei giorni su sette, ed il settimo in giro, per cui agli esercizi di stile ho dovuto preferire sostanza e, visto che la lascio spesso in strada, anche discrezione. Per dirne una, ho visto che sul web a molte CX special tolgono fianchetti e air box… Io ho fatto il contrario: ho ricavato un vano nascosto che contiene un impianto elettrico di scorta -centralina, regolatore,bobine, fusibili- che è la nota dolente di questo motore. Quando una moto la usi…”

Effettivamente, un occhio esperto potrebbe individuare quote, andando oltre l’impatto visivo, più da endurona che da custom. “ E’ vero… In realtà la CX Custom montava  motore, cambio e rapporta tura della sportiva che, trent’anni fa’, non era poi da buttare, e come tale va guidata. Meccanicamente non è un custom, il motore sale subito di giri e va tenuto alto per andare bene. Il cambio cortissimo, il telaio alto ed un peso da Harley ti costringono ad uno stile di guida che con il custom non ha granché a che vedere. Vista in quest’ottica, però, dà grandi soddisfazioni. La CX custom, poi, rispetto alla sportiva è paradossalmente molto più nervosa per via della ruota posteriore da 16” -l’altra l’aveva da 18”- in accelerazione tira come un treno e mi capita spesso, in città, di lasciare al palo bei pezzi di moto moderne…”

Niente di più vero: alla prova su strada, la moto va che è un piacere, è comoda e si comporta bene in ogni situazione malgrado l’età. Ad eccezione dei curvoni veloci, però. “Beh… Non per caso si chiama Dondola… Oltre i centoventi, in curva sembra un vascello…” Un’ultima menzione va alla verniciatura. Un mix di nero grezzo, sabbia e limatura di ferro, stesi a spatola. Quando abbiamo chiesto spiegazioni, siamo rimasti un po’ perplessi:
“ E’ colpa del mio gatto. Il serbatoio doveva essere grezzo spazzolato, ma mentre davo il trasparente quel fessacchiotto si è fatto pestare da un gatto di strada.
Correndo a soccorrerlo, ho rovesciato un barattolo di sabbia sul serbatoio. Il giorno dopo ho visto che si era stesa uniformemente, senza una colatura, chissà per quale strana reazione chimica. Così ho impastato mezzo chilo di nero grezzo con sabbia e limatura di ferro, l’ho steso con la spatola, una volta asciutto una mano di nero metallizzato ed ecco il risultato.


Mentre cercavo di capire se mi piacesse o meno, un bambino in strada ha deciso per me: …. Papa’, ho visto la moto di Ghost Rider!! E che ve lo dico a fare….”
Ivan Gemini

 
        



Film: guardiamo per voi... Gangster Squad


Gangster Squad, di Ruben Fleischer 


Gangster Squad di Ruben Fleischer è un film tratto dalla vera storia di Mickey Cohen, che ha fatto il bello ed il cattivo tempo nella Los Angeles degli anni '40. Gangster squad sembra rimandare, con le dovute differenze, ad un certo "Gli intoccabili" di qualche annetto fa. L'ambientazione è molto simile, e se diversi sono i due protagonisti sia per carattere che per attitudine, il John O'Mara di Gangester squad non fa rimpiangere al pubblico il poliziotto "solo chiacchiere e distintivo" interpretato da Kevin Costner, così come Sean "Mickey Cohen" Penn non ha cattiveria e carattere da invidiare al De Niro Al Capone.  Siamo a Los Angeles, quindi, nel 1949. L'ex pugile ora boss mafioso Mickey Cohen ha l'esclusiva sugli affari criminali di tutta la città,con la complicità ben pagata di buona parte delle forze dell'ordine e di alti esponenti della politica. In questo clima di corruzione imperante, il poliziotto John O'Mara riceve l'incarico ufficioso di metter su una squadra di cani sciolti per porre fine al dominio di Choen. Cosa che gli riuscirà, anche se non proprio come si era prefissato ed a costo di gravissime perdite.
 
Nel complesso, quasi due ore di trama accattivante e qualche effetto speciale che non esisteva all'epoca de “Gli Intoccabili” rendono la fatica di Ruben Fleischer un buon modo di passare una serata.
 
Regia di Ruben Fleischer. Con Ryan Gosling, Emma Stone, Sean Penn, Anthony Mackie, Josh Brolin. Usa, 2013
 
Andrea Mariani

News ed eventi dal mondo delle due ruote: Tom Tom Rider

Tom Tom Rider, arriva anche per i biker la possibilità di non perdersi.


 

Tom Tom Rider: finalmente, il navigatore gps dedicato ai motociclisti. Fino ad ora, solo chi sceglieva una Honda Gold Wing o una BMW K 1600 GT poteva contare sul navigatore integrato nel quadro strumenti. Il TomTom Rider può contare su funzioni e caratteristiche tecniche appositamente pensate per i motociclisti: schermo anti riflesso che può essere usato indossando i guanti,completamente impermeabile e con un bel po' di funzioni che fanno andare i motociclisti in visibilio -Strade tortuose, ad esempio,permette di impostare il viaggio individuando i percorsi più "gustosi" per i biker:paesaggi, scorci, tornanti, curvoni ecc. ecc... Il Tom Tom Rider si installa sulla moto mediante la staffa Ram Mount -che si aggancia al manubrio- ed è pertanto facile trovare la giusta collocazione su ogni tipo di moto. Si alimenta collegandolo direttamente alla batteria o a qualche altro componente elettrico, qualora se ne richieda il funzionamento solo a moto accesa. Poi, è possibile collegare il proprio smartphone e tutti gli altri dispositivi tramite Bluetooth.


Il costo è di 399 euro, comprensivo dell’aggiornamento delle mappe gratuito a vita. Con 499 euro, invece, si può acquistare il Premium pack, che comprende gli accessori necessari per l’utilizzo in auto, nonché un sistema antifurto in modo da non dover mettere e togliere il navigatore ogni volta che si lascia la moto.

Ivan Gemini


 


News ed eventi dal mondo delle due ruote: Primo Raduno Cafè Racers Roma


Primo Raduno Cafè Racers Roma, noi c'eravamo.




Per tutti coloro che lamentavano l'assenza o la carenza di eventi cafè racer al centro Italia, e precisamente a Roma, lo scorso 8 settembre c'è stata una gradita sorpresa. I ragazzi del Dusty Wheels Racer, passion factory che già da qualche tempo sforna moto che sanno di ferro e di strada, hanno deciso finalmente di uscire dal garage creando Cafè Racer Roma,club neonato ma già attivissimo, che in collaborazione con Cafè Twin e The Hole ha messo in scena il Primo Raduno Cafè Racer Roma. Ovviamente, c’eravamo anche noi di MOTOeTUTTOilRESTO.



I presupposti per una buona riuscita c'erano già tutti, a cominciare da un bel po' di ferri d'epoca, moderne street fighter, cafè racer pure e dure e qualche bell'incrocio di stili più che riuscito. Poi, atmosfera rilassata da serata con gli amici, un bel giro a portar scompiglio -più o meno- nel traffico della capitale, premiazione finale in varie categorie e per concludere buffet e birra -di quella tanta- con gli amici del The Hole nel cuore di Trastevere, con buona pace dei vicini hanno fatto il resto.


Ottima riuscita, con una cinquantina di moto che, quando non splendevano di loro per blasoni storici, lo facevano altrettanto per la passione che trasudavano da ogni bullone.

Certo, rombi e fiammate delle varie protagoniste hanno creato un bel po' di fermento durante il sound contest al Circo Massimo, ma immaginate un po' quei ruggiti sparati tra i vicoletti dello storico quartiere romano... Roba da far impazzire (noi di piacere, gli indigeni forse un po' meno).



Ringraziamo quindi Fabrizio Cappucci e tutto lo staff Dusty Wheels, gli amici del The Hole, del Cafè Twin, Roberto, Anna, Andrea e tutti i racers che si sono uniti a loro senz'altro scopo se non quello di fare un po' di casino in compagnia. Se purtroppo ve lo siete perso, godetevi almeno il video(clicca quì)


Speriamo sinceramente che l'attività di Dusty Wheels e Cafè Racer Roma si sviluppi ed organizzi tanti altri eventi di successo, e noi di MOTOeTUTTOilRESTO naturalmente non ci tireremo indietro nell’aiutarli a movimentare la scena bikers e racers romana che, purtroppo, da alcuni anni sembrava essersi addormentata un po'...
Andrea Mariani

Libri: leggiamo per voi… “Il tiranno di Roma”

“Il tiranno di Roma” di Andrea Frediani



Il romanzo di Andrea Frediani, “Il tiranno di Roma” -edito da Newton Compton Editori, marzo 2013- è un romanzo storico che non fa rimpiangere i grandi classici del genere. Il protagonista, il giovane Crisso, è uno schiavo che si trova nel bel mezzo del passaggio delle truppe del grande Gaio Mario sulla via di Roma. Queste sterminano la famiglia che lo possiede, e l’unica possibilità del giovane di restare in vita ed aspirare alla libertà è quella di entrare a far parte della guardia personale dell’ormai vecchio condottiero. Una volta entrato nei ranghi, Crisso si trova faccia a faccia con una vita diversa, partecipando in prima linea all’assedio a cui Mario sottoporrà la città ed alla battaglia sia violenta che politica che ne conseguirà, con il proprio comandante che accusa sempre più i segni dell’età e di una sorta di demenza senile che ogni tanto si affaccia, ma che non cede di un passo di fronte al nemico storico Silla ed al Senato di Roma, che resistono stoicamente grazie anche all’appoggio del console Ottavio. Ed è proprio della schiava di quest’ultimo che il giovane Crisso ad un certo punto si innamora, ma la loro intesa viene improvvisamente minata dalla caduta dell’ordine costituito -visto che lei, in quanto schiava, dovrà seguire il destino del console destituito-. La morte di Mario arriva a complicare ulteriormente le cose, e le vite dei due innamorati prenderanno pieghe sempre più drammatiche ed incerte, ma è proprio quando tutto sembra perduto che un incontro fortuito porterà tutta un’altra luce sull’epilogo della storia.
 
Di lettura scorrevole, “Il tiranno di Roma” non si può proprio definire un romanzo storico nel senso completo del termine, ma forse proprio per questo risulta estremamente piacevole ed il ritmo sempre sostenuto dell’intreccio porta il lettore ad arrivare alla fine senza quasi accorgersene.
 
Andrea Frediani è nato a Roma, nel 1963. Consulente scientifico della rivista Focus Wars, ha collaborato con diverse riviste specializzate. Con la Newton Compton ha pubblicato numerosi saggi e romanzi storici. Oltre a “Il tiranno di Roma”, di Andrea Frediani ricordiamo tra gli altri 300 guerrieri, Jerusalem, Un eroe per l’impero romano, Marathon e La Dinastia.
Andrea Mariani

Miti e Leggende: Quel Selvaggio di Marlon Brando


"Il Selvaggio" di Marlon Brando
 
Il selvaggio -"The wild   one", 1953, di László Benedek con Marlon Brando e Lee Marvin- trae ispirazione dal racconto "The Cyclists' Raid di Frank Rooney,1951" realizzato partendo da un fatto di cronaca del 4 luglio 1947, quando la cittadina di Hollister, in California, venne messa a ferro e fuoco da una banda di motociclisti. Fatto già di per sé divenuto un'icona della cultura biker, tanto da fare della cittadina meta di pellegrinaggio di tutti i bikers del mondo. Il film, a distanza di sessant'anni, può far sorridere per l'ingenuità con cui vengono rappresentate certe dinamiche, (già in Hells Angels on Wheels, del 1967 con Jack Nicholson, mai tradotto in Italiano, tali ingenuità erano state ben messe da parte) ma occorre tener presente, qualora lo si vedesse oggi per la prima volta, che per l'epoca sia l'interpretazione di Marlon Brando del protagonista Johnny, sia il modo di fare dello stesso e perfino il suo look erano manifestazioni palesi di ribellione alla società americana, tanto da divenire velocemente vere e proprie icone non soltanto per i motociclisti ma per tutta la gioventù dei ribelli, proprio quella che di lì a poco sarebbe diventata la Rock Generation, la cui influenza su un'infinità di usi e costumi è visibile a tutt'oggi -provate un po' ad immaginare un qualsiasi film in cui il bel tenebroso di turno non indossi una giacca di pelle, non inforchi Ray Ban o non tiri fuori una moto almeno in una sequenza!-.
La trama è abbastanza semplice e, vista con gli occhi di oggi, quasi banale. Una banda, la Banda Ribelle Motociclistica nella traduzione italiana, che in realtà era il Black Rebel Motorcycle Club, porta scompiglio sulla strada senza una ragione apparente, arrivando al punto di attraversare a piedi e in gruppo un circuito sul quale si sta disputando una gara motociclistica -con tutte le conseguenze del caso- rubando altresì il trofeo dedicato al secondo posto (il primo stava troppo in alto....) Trofeo che messo in bella mostra da Johnny sulla moto diventa la pietra dello scandalo, quando in un'altra cittadina la banda di Johnny incontra quella del rivale (ed ex capo) Lee "Chino" Marvin. La rissa tra i due capi che si contendono il trofeo viene interrotta da un attaccabrighe del paese, infastidito per il caos fatto dai motociclisti. Chino viene arrestato per aver aggredito l'uomo e lo sceriffo propone a Johnny un veloce rilascio se lui avesse ordinato alle due bande di lasciare immediatamente la città. Johnny rifiuta, e nelle ore successive la città viene turbata dalle intemperanze delle due bande, momentaneamente riappacificate, che grazie anche a fiumi di birra ne combinano di tutti i colori. La tensione tra motociclisti e cittadini arriva al culmine quando Johnny dà l'ordine ai suoi di liberare Chino e di mettere in cella l'attaccabrighe residente al suo posto. I duri della città decidono quindi di unirsi e ribellarsi alla specie di assedio a cui sono sottoposti, trovando in Johnny il capro espiatorio a cui far pagare tutte le prepotenze subite.


Johnny, che invece nel frattempo si sta dedicando a tentare di sedurre la cameriera del bar, tra l'altro figlia dello sceriffo -che prima gli risponde picche e poi inaspettatamente gli chiede di fuggire con lui, e lui rifiuta!- viene quindi catturato e pestato proprio un momento dopo aver ordinato ai suoi di partire, trovandosi quindi solo a fronteggiare un'intera città imbestialita. Riesce a scappare ma, durante la fuga in moto, dalla folla qualcuno gli tira un cacciacopertoni, lo colpisce, Johnny cade ma la moto lanciata continua la sua corsa andando ad investire un anziano barista, uccidendolo.

Casualmente proprio in quel momento arrivano i rinforzi chiesti a gran voce dallo sceriffo, che arrestano buona parte dei motociclisti ed in primis il nostro Brando, accusato ora di omicidio. Qualche minuto di suspance e poi la bella barista che tenta di scagionarlo dalle accuse, cosa in cui non riesce in quanto, effettivamente, le prove sono tutte contro il ragazzo. La disperazione della ragazza muove però a compassione gli unici due che realmente hanno visto il lancio dell'attrezzo metallico che aveva causato la caduta e la morte del malcapitato. Neanche a dirlo, sono lo zio della barista ed un suo amico i quali, testimoniando quindi la mancanza di responsabilità di Johnny riguardo alla caduta, lo scagionano definitivamente. Chissà perché, a questo punto la ragazza non è più innamorata di lui, tant'è che se ne resta sorridente seduta al bar quando il bel Brando le regala il trofeo, nonché l'unico sorriso di tutto il film, come ringraziamento prima di andarsene solitario.


Scherzi a parte, andando oltre la trama un po’ ingenua, Il Selvaggio rappresentò veramente una sorta di scandalo per l'epoca, una vera e propria rottura con i canoni del passato non solo eleggendo a protagonisti di un film, ma addirittura rendendo affascinanti e quasi giustificandoli, quelli che allora erano visti come i delinquenti, i cattivi esempi e via dicendo. Certo, oggi ciò non solo è normale ma popolarissimo (pensate ai film su mafiosi/camorristi ecc...) ma allora suscitò tanto scalpore che in Inghilterra la pellicola venne vietata ai minori di quattordici anni, e la Triumph manifestò pubblicamente il suo disappunto in quanto, secondo la dirigenza, le loro belle moto erano state messe in mano ad un branco di delinquenti perdigiorno e ciò era lesivo dell'immagine e della tradizione della celebre casa motociclistica britannica.
Il solo fatto che a tutt'oggi, esattamente sessant'anni dopo, due terzi dei biker del mondo girino con "chiodo" e Ray Ban e la stessa Triumph abbia dovuto tirar fuori delle repliche delle moto del film (cosa che a detta di molti ha anche scongiurato il secondo fallimento della sua storia di factory) dovrebbe essere un chiaro segno di quanto Il selvaggio abbia lasciato il segno nell'immaginario di tutti,  ribelli e non.
 
Andrea Mariani